Conflitti

L’ha vista uscire dal portone. E gli è tornata la rabbia, per quell’ultima sfuriata. Pensava gli fosse passata: una birra, una sigaretta e musica a palla dallo stereo. Sì, proprio quello che la tipa gli rimproverava da giorni, settimane, mesi: il volume troppo alto: “Che minchia vuole quella… Sarò padrone in casa mia, no?! Posso fare il cazzo che voglio, qui. Almeno qui. E se non la pianta di cagarmi il cazzo, finisce male….”
Poi l’ha vista. Usciva dal palazzo, era già sul marciapiede di fronte: “Finisce male quella. E poi io mica dico nulla quando i suoi due marmocchi piangono che sembrano gatti in calore e mi rompono i timpani… No, basta. Bisogna finirla qui”. Ha preso il coltello del pane dal cassetto della cucina. S’è fatto le scale due a due. In strada, l’ha ritrovata. Andava verso il centro. Lui dietro, pieno di rabbia, ma lucido. Stringendo il coltello nella tasca del giubbotto. Non vedeva nulla di quello che gli passava intorno e nulla sentiva: neanche gli amici del bar: “Ce lo prendiamo un aperitivo?”. Niente: sono le 19,20 ma non è tempo di distrarsi.
Adesso lei si ferma, proprio sotto la statua, in mezzo alla piazza. Sta telefonando: parla e parla e ride. Lui dietro: sempre più vicino, sempre più deciso, sempre più veloce. Gli è a un metro, meno. Tira fuori la mano, alza il coltello e poi lo abbassa con forza: tre colpi, rapidi, rabbiosi, ciechi. Alla schiena, il primo. Nella clavicola, il secondo. In gola, il terzo, quando lei si è girata per guardare in faccia la furia e la morte. Si è accasciata al suolo: come un sacchetto della spesa, con dentro un barattolo di conserva rotto. Che scola sull’asfalto. “E gridamelo, se sei capace, adesso di abbassare quel cazzo di stereo…”
No. Non sono questi i dettagli della storia, avvenuta mercoledì nel foggiano. Due soli gli elementi veritieri: lui che uccide lei, nella piazza del paese. E poi la confessione del (presunto) assassino, davanti ai carabinieri, un’ora dopo l’omicidio.
Motivazione (o movente)? Era stanco dei continui litigi per questioni condominiali. Cioè, non l’ha uccisa durante l’ennesimo scontro. Ma per dire basta ai continui scontri. Metafora tragica ma diamantina di quanto (e quanto!) è successo in Italia in questi ultimi anni: da noi si uccide per non essere capaci di gestire i conflitti; per dire basta ai litigi; per risolvere, definitivamente, le liti; per eliminare non il motivo della rabbia, ma l’obiettivo. Da noi si uccidono (politicamente) i governi, per nella maggioranza erano stanchi di litigare…
Tags: lite, omicidio, sangue, violenza
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