Réveillon

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Più di un’ora al Trocadero parigino. Insieme ad altre centinaia di migliaia di persone. Freddo: sopportabile, come si dice: di stagione. Insomma, non troppo da non riuscire a digerire il “cenone” consumato in hotel (in camera: scatoletta di lenticchie riscaldate sul termosifone, bottiglia d’acqua – che lo champagne ci serve per il brindisi di mezzanotte – formaggio di capra da spalmare con le mani su una demi-baguette e une gallette au beur). Al Trocadero: anche noi in attesa che la Tour Eiffel scoppi di luci e colori, di fuochi e giochi. Alle 23, mezzo mondo sulle scalinate. Letteralmente: italiani (un sacco: persino troppi), tedeschi, inglesi, giapponesi, messicani, spagnoli, filippini, africani, russi. Et les Français, bien sur. A gruppi e a coppie: a vederli diresti che è folla indistinta. Ma si capisce che sono piccoli insiemi uniti solo dal caso di condividere lo stesso posto, lo stesso momento.
Tanti, in attesa: ore 23,15 la prima salva di fuochi (due) e la folla: “Ooohhh”, applausi e grida. Ore 23,30 seconda prova e seconda mini serie di botti. E la folla: “Ooohhh”, applausi e macchine fotografiche e fotocamere e cellulari che lampeggiano: fanno più luce della Torre stessa. Ore 23,45: niente. Ma ci sono sono le macchinette digitali a illuminare la notte. Io libero il tappo dalla carta. Ore 23,50: la Torre comincia a sberluccicare e la gente: “Ooohhh”, fischi, grida, flash, flash, flash. Io libero il tappo dal castelletto in alluminio. Ore 23,59′,50”: aspettiamo che qualcuno faccia il classico countdown: niente. Solo un altro botto e una breve e dorata pioggia di stelle che copre (in parte) la Torre. Con il naso in su, aspettando chissà quale gioco di luce e fuochi, ci accorgiamo che è la mezzanotte solo perché la coppia a fianco comincia a sbaciucchiarsi, fotografandosi. Allora libero la bottiglia dal tappo. Ore 24,01′,10”: tutti abbracciano tutti (ma rigorosamente a coppie). La Tour lampeggia ancora, ma in cielo nessun fuoco. Alle nostre spalle un paio di botti, il ritmo dei djembè e l’inno messicano cantato a squarciagola.

Stringo I., le incornicio il viso con le mani, la guardo negli occhi e la bacio: “Sia come sia, il 2008 sarà il nostro anno. Non voglio, né chiedo, niente di più. Perché non sarà vita se non ti avrò accanto”. Mi sorride con gli occhi che sfavillano come quando la luna si riflette sul mare. Beviamo dalla bottiglia: bollicine francesi solleticano la lingua. In cielo nessun segno che dia il benvenuto a questo 2008 appena nato. Ore 24,01′,10”: finalmente qualcosa si muove, sopra. Tre spari, tre pioggerelline colorate (blu, argento e rosso: guarda caso, la bandiera francese) e tutto finisce.
Le migliaia di persone stipate sui gradoni del Trocadero cominciano a scemare, ma sempre con il display, di macchinette e telefonini, acceso. La grandeur parigina per le réveillon è tutta qui? “Fanno meglio a Pozzallo, per la festa di San Giovanni”, mi dice I. E i giochi d’acqua? E tutta quella gente che si abbraccia, anche senza conoscersi? Con in mano la bottiglia, e l’altra sulla spalla di chi gli sta a fianco? E il tripudio di luci che le tv mostrano ogni anno quando si parla dei San Silvestro in giro per il mondo?
Ci sediamo sugli scalini. Osserviamo la folla che sfolla. A turno, beviamo lo champagne. Fumiamo la prima sigaretta del nuovo anno. Nessuno, dei tanti che quasi ci calpestano andandosene, ci rivolge un saluto, un augurio, un cenno. Ci abbracciamo, di nuovo.

E stiamo lì, spalla a spalla, le teste che si toccano, le dita intrecciate, Parigi davanti e una bella sensazione dentro: non potevo immaginare un inizio migliore…

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